Pensieri colti nel vento

Ventunenne comasca, studentessa universitaria a Milano, corso di laurea in lettere. Sognatrice? Paranoica? Fuori di testa? Questo ditemelo voi...


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Sento l'aria frizzante sul mio viso
E uno spirito mi sussurra di dormire
Per volare nel blu infinito
Di questa sera d'autunno.

Con un paio d'ali
Potrei sfiorar le stelle
I miei occhi brillerebbero
Della loro luce incantata.

Il vento soffia nella stanza
Mentre le palpebre si appesantiscono.
Le mille tonalità della sera
Conciliano i miei sogni.

Con un paio d'ali
Potrei sfiorar le stelle
I miei occhi brillerebbero
Della loro luca incantata.

Estel

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martedì, 12 giugno 2007

[18:19]
[life, tesina]

Il primo capitolo della mia tesina.. meglio postarlo che non si sa mai.. alla peggio lo ritrovo qui^^

1.1 NANA’
 
[…] L’articolo di Fauchery, intitolato “La mosca d’oro”, era la storia di una ragazza discendente da quattro o cinque generazioni di ubriaconi, col sangue avvelenato da una lunga eredità di miseria ed i alcolismo che in essa si concludeva in uno sconvolgimento nervoso del suo sesso. Essa era cresciuta in un sobborgo, sul lastrico parigino; e, alta, bella, di carnato stupendo, sbocciata come una pianta in un letamaio, vendicava i pezzenti e i diseredati di cui essa era il prodotto. Con lei, il marciume che si era lasciato fermentare nel popolo tornava a galla e imputridiva l’aristocrazia. Ed essa diveniva una forza della natura, un fermento distruttivo senza che lei lo volesse, e corrompeva e disorganizzava Parigi tra le sue cosce di neve, e faceva entrare in fregola tutta la città come vi entrano le donne allo scader del mese. Ed era alla fine dell’articolo che la ragazza veniva paragonata alla mosca, a una mosca color sole, volata via dall’immondizia, a una mosca che succhiava la morte sulle carogne abbandonate lungo le strade e che, ronzando volteggiando e gettando scintillii di luce come una pietra preziosa, avvelenava gli uomini, nei palazzi dov’essa entrava attraverso le finestre, col solo posarsi su di essi. […]
 
Così Nanà, protagonista dell’omonimo romanzo di Emile Zola, viene descritta dal giornalista Fauchery. Un ritratto piuttosto verosimile, oggettivo, che viene però smentito immediatamente dalla ragazza che lungo tutto il racconto si dichiarerà una “buona figliuola”.
Partendo dai bassifondi, Nanà sarà assunta come attrice teatrale da Bodernave, debutterà con “La bionda Venere”, pur non sapendo cantare, pur non sapendo muoversi sul palcoscenico, e riceverà una serie infinita di applausi e complimenti. Questo successo è dovuto alla sua straordinaria bellezza, alla sua pelle nivea, ai suoi lunghi capelli biondi come l’oro, al suo seno e alle sue cosce prosperose. Da questo momento la sua vita di prostituta di strada cambierà: inizierà a frequentare gente scic, gli amanti non saranno più semplici persone ma baroni, conti, principi… grazie alla fedele domestica Zoe, ella riuscirà a districarsi dai mille impegni e, almeno all’inizio, a non fare incontrare gli spasimanti principali tra di loro. Nanà si divide fra il fidanzatissimo Daguenet ed i ricchi amanti. Capricciosa e volubile ha la sventura d’innamorarsi di Giorgio Hugon, un ragazzino, e la fortuna di sedurre il conte Muffat, ma, per voler eccedere, finisce nei guai: il vecchio conte, che già sopportava con fastidio la concorrenza del bamboccio, s’offende quando scopre che la sgualdrina l’ha tradito con Fontan, il comico brutto e scemo del teatro. Nel congedarlo, Nanà gli rivela che la sua virtuosa moglie è diventata l’amante del giornalista Fauchery. Giorgio è un’infatuazione di breve durata, mentre Fontan diventa il suo uomo; vanno a vivere insieme, e lei finisce per diventare succube delle prepotenze di Fontan, che la picchia, l’umilia, le rovina la carriera e la riduce in miseria: per evitare le botte e la fame, Nanà torna anche a prostituirsi in un bordello della peggiore specie, in cui eviterà per poco una retata. Il suo amore per la carogna sembra incrollabile, ma un giorno lo trova a letto con un’altra. Nanà torna allora al teatro e, riconquistato Muffat, si fa raccomandare da lui per strappare a Rosa Mignon (il cui marito incoraggia i suoi flirt a scopo di lucro) la parte di protagonista nella commedia di successo di Fauchery: Nanà torna così al suo ruolo di donna fatale, di mantenuta di lusso, di protagonista dei salotti.
Per meglio capre l’indole della ragazza è necessario prendere in considerazione alcuni tra i rapporti con i suoi amanti.
Si parta dai fratelli Hugon: il più giovane, Giorgio, si innamorò perdutamente di Nanà la prima volta che la vide recitare nei panni di Venere. Occhi da cherubino, capelli biondi, si presentò a casa sua ad insaputa di tutti e per un certo periodo di tempo rimase tra le sue grazie. Era andato in visita a sua madre alla tenuta delle Foundettes, ben sapendo che la giovane sarebbe andata in villeggiatura alle Mignotte, un appezzamento di terreno molto vasto regalatale da Stainer, un banchiere ricco e famoso, anch’esso suo amante. Si precipitò a trovarla avendo avuto notizia del suo arrivo anticipato, a cavallo, sotto la pioggia incessante. Fu il grande amore di Nanà, come precedentemente detto, nonostante egli fosse molto giovane. I due per un’intera settimana si lasciarono andare alla più pura passione, finché non furono interrotti dall’arrivo della comitiva di amici invitati dalla giovane che mai avrebbe previsto ciò. Il ragazzo fu però scoperto dalla madre che, per ricondurlo sulla retta via e rilegarlo nuovamente a sé, lo trattenne a casa sua e gli impedì di rivedere Nanà. Per molto tempo il ragazzo scompare dalla scena, sino a che, verso la fine del romanzo, ritorna, più innamorato, più sconvolto di prima. A questo punto la ragazza ha già lasciato l’attore Fontan e si dedica alla bella vita, e Giorgio diventa uno dei suoi amanti fissi, ad insaputa del conte Muffat al quale lei aveva promesso l’eterna fedeltà in cambio della sua protezione e dei suoi soldi. Per tranquillizzare la signora Hugon, entra però in scena il fratello Filippo, tenente nell’armata regale, che tiene un discorso riguardante la famiglia, l’onore ed il fratello nel tentativo di riportarlo al senno di prima. Disgraziatamente cade però anche lui nella trappola della ragazza diventando anch’egli suo amante. Insieme a Vandeuvres, Muffat e Satin (vecchia amica di strada di Nanà), i due diventano intimi compagni della ragazza e le procurano qualunque cosa di cui lei abbia bisogno o si incapricci. Ben presto però tutti quanti cadono in miseria: Vandeuvres spende per lei tutti i soldi, punta tutto il possibile su una corsa alla quale partecipano i suoi due cavalli.
 
[…] E Nanà – tutti ormai lo sapevano – era quella divoratrice di uomini che, ultima arrivata su quel patrimonio traballante e facendovi piazza pulita, aveva dato il colpo di grazia anche a lui […]
 
Avendo barato durante le scommesse per la gara, al pover’uomo viene intentata una causa che lo lascia senza un solo centesimo, ed egli, disperato, si brucia vivo nella stalla insieme a tutti i suoi cavalli. Tutto questo sembra però non tangere in modo esagerato la ragazza: non è stata lei a dirgli di rovinarsi, se non aveva più soldi si sarebbero lasciati e non sarebbe accaduta la disgrazia.
Non molti giorni dopo Giorgio, convinto che tra l’amata ed il fratello non ci fosse nient’altro che amicizia, scopre la relazione tra i due. Era andato ad avvertire la ragazza che Filippo era stato messo in prigione, pur non sapendone il motivo, e l’aveva sentita parlare di lui. Nanà stava andando a prostituirsi per poter pagare il panettiere: nonostante quella casa traboccasse d’oro e d’argento lei era sempre senza soldi. Si era fatta promettere da Filippo che glieli avrebbe portati lui, ma ancora non si era presentato. Preso dall’angoscia che lei potesse andare con un altro Giorgio l’aspettò per ore fino al ritorno.
 
[…]<Come? Sei ancora qui?> disse scorgendolo. <Ah, vuoi proprio farmi arrabbiare, brutto ragazzaccio!>
Mentre si dirigeva verso la camera, lui la seguì.
<Nanà, vuoi sposarmi?>
Ma lei alzò le spalle. Era una domanda troppo stupida, non gli rispondeva neppure. L’unica sua idea era di sbattergli la porta in faccia.
<Nanà, vuoi sposarmi?>
Essa chiuse con rabbia la porta, ma lui con una mano la riaprì, e si cavò di tasca l’altra mano con le forbici; e, senza dire una parola, con un tremendo colpo, se le conficcò nel petto.
Nanà aveva intuito che stava per accadere qualcosa di grave e si era voltata. Quando lo vide colpirsi con le forbici fu presa da un violento sdegno.
<Ma è stupido! Ma è stupido! E proprio con le mie forbici!... La vuoi far finita, brutto ragazzaccio!... Oh mio Dio! Mio Dio!>
Era spaventata. Il ragazzo, caduto sulle ginocchia, si era vibrato un altro colpo che l’aveva steso quant’era lungo sul tappeto. Il suo corpo sbarrava la soglia della camera. Allora essa perse completamente la testa, e non osando scavalcare quel corpo che la chiudeva dentro e le impediva di correre a cercare aiuto, gridò con tutte le sue forze:
<Zoe! Zoe! Ma vieni… fallo smettere… Ma è stupido fare una cosa come questa, un bambino come lui… Vuole ammazzarsi, ora! E in casa mia! Si è mai vista una cosa simile?>[…]
 
Caso vorrà che proprio in mezzo a questo trambusto entri nel palazzo la madre, la signora Hugon, per riprendere possesso dei propri figli, nuovamente sfuggiti al suo amore materno. Zoe non riuscirà a togliere la macchia di sangue lasciata sul tappeto da Giorgio moribondo che verrà portato in carrozza all’ospedale. Nel frattempo si scoprirà il motivo della prigionia di Filippo Hugon: egli era appena stato nominato tesoriere e sottraeva i soldi dal forziere per poter pagare i vizi di Nanà.
A partire da questo momento in poi Nanà non avrà più scrupoli: in casa sua entreranno tutti gli uomini che lei vorrà, uno dietro l’altro, ed anche una serie di ragazzine che scateneranno la gelosia di Satin. Il ritornello, con gli uomini che spogliava dei propri averi nel giro di pochi giorni, era ormai sempre lo stesso:
 
[…] Poiché non aveva più quattrini non c’era più niente da fare con lei. Doveva capirlo, mostrarsi ragionevole; un uomo rovinato le cadeva di mano come cade da sé, per marcire in terra, un frutto maturo. […]
 
Cadderò in questa trappola il marchese Chouard, Lafaloise che aveva appena ereditato uan grande somma, di nuovo Steiner e molti altri.
E’ in ogni caso necessario ritornare indietro nel tempo ed analizzare il carattere del conte Muffat, al fine di percepire pienamente ciò che era in grado di fare Nanà ad un qualunque uomo, anche al più onesto.
Uomo dedito alla religione, assolutamente casto, il suo castello era contro ogni immoralità, austera, con le foto della madre ed ancora il suo profumo che inondava le stanze. Sposato con Sabina, ha una figlia di nome Estella. Inizialmente rappresentano l’antica famiglia per eccellenza, nella grande sala da ricevimento solo un particolare stona con la sua mollezza ed il suo richiamo all’ozio: una poltrona di velluto rosso sulla quale è stesa la contessa prendendo il the con gli amici. Il conte Muffat verrà preso da un’improvvisa frenesia per Nanà quando assisterà allo spettacolo in compagnia del principe di Scozia e verrà accompagnato dietro le quinte per fare i complimenti alla ragazza che si lascerà appositamente sorprendere nuda. Dopo essere stato lasciato una prima volta per Fontan, egli ritorna promettendole ogni bene, ogni pietra preziosa, un palazzo, delle carrozze e ogn’altra cosa lei vorrà. In cambio le chiede solo fedeltà eterna (che ovviamente non gli sarà data). Nanà iniziava a trattarlo in un modo indicibile, lo spogliava di tutto l’onore di cui era sempre stato orgoglioso.
 
[…] Quando lo sentì così umile, Nanà ebbe su di lui il tirannico trionfo. Essa aveva in sé l’istinto rabbioso di rendere spregevole tutto. Non le bastava distruggerle, le cose, doveva anche imbrattarle. Le sue mani, così delicate, lasciavano tracce abominevoli e facevano diventare putrido tutto quel che spezzavano. E lui, imbecille, si prestava a questo gioco, vagamente ricordando quei santi che si lasciavano divorare dai pidocchi e che mangiavano i loro stessi escrementi. Quando lo teneva nella sua camera a porte chiuse, essa si prendeva la soddisfazione infame di umiliarlo come se fosse non uomo ma bestia. Dapprima scherzavano, poi lei gli allungava qualche piccolo scapaccione, gli imponeva di fare cose ridicole ,gli faceva biascicar le parole come fa un bambino e ripetere, smozzicandole, le frasi fatte da lei. […]
 
Tuttavia anche la contessa Sabina, durante un loro soggiorno alle Foundettes in cui Muffat passava giornate intere a pensare a come conquistare Nanà, conobbe un nuovo uomo che diventerà suo amante: Fauchery. Il giornalista, che già l’aveva notata mentre si prendeva il the insieme ad altri, impressionato dal profondo cambiamento che provocava la campagna sulla contessa che ora sorrideva e aveva occhi brillanti e profondi, iniziò a frequentarla assiduamente. Presa da un’improvvisa voglia di sfarzo e lusso, Sabina rinnovò tutto il castello e, in vista delle nozze di Estella con Dauganet, diede un grande ballo per inaugurarlo.
 
[…] I timidi pensieri di godimento che, allora appena all’inizio, Fauchery, una sera d’aprile, aveva sentito mandare scricchiolii di cristallo che si spezza, si erano a poco a poco fatti arditi e pazzeschi fino ad arrivare a questo fulgore di festa. E ora l’incrinatura aumentava, produceva crepe in tutta la casa e preannunziava il crollo imminente. Nelle case degli ubriaconi dei sobborghi è con la miseria, con la credenza senza pane, con la follia dell’alcool che rende vedovi i letti, che finiscono le famiglie corrotte. Qui sul franamento di queste ricchezze ammucchiate e a un tratto incendiate, il rintocco funebre a un’antica stirpe lo sonava il valzer, mentre Nanà, invisibile e come sospesa al di sopra di quelle danze, con le sue membra flessuose decomponeva quel mondo e lo imbeveva del fermento del suo profumo fluttuante in quell’aria calda al ritmo cagnesco della musica. […]
 
Alla festa erano state invitate cinquecento persone, appartenenti a tutti i ranghi sociali. Le tende color porpora cadevano fino al pavimento, candelabri di cristallo giocavano con la luce. Muffat strinse la mano a Fauchery, ben sapendo che era l’amante della moglie, disonorandosi così completamente. Nanà era entrata in quella famiglia, l’aveva distrutta dalle fondamenta, già da subito era stata notata una somiglianza tra lei e Sabina: entrambe avevano un neo nella stessa posizione sulla guancia sinistra. Dopo aver perso quasi tutto, il conte Muffat si rivolse a Venot, colui che sempre l’aveva aiutato negli affari di famiglia e religiosi, e pregando Dio con infinite preghiere se ne andò dalla casa della ragazza, dopo averla sorpresa in pieno con un amante, due giorni dopo che la moglie se n’era andata con un altro. Tempo dopo Sabina sarebbe ritornata al castello riaccettata in casa dal marito.
Dai bassifondi Nanà era arrivata alle case più nobili, tutto ciò che incontrava veniva distrutto, proprio come diceva Fauchery nel suo articolo di giornale. L’ultima persona rimasta era Satin, che sfinita dalla signora Robert, con la quale scambiava qualche tenerezza sempre più spesso, era ricoverata in ospedale in fin di vita.
 
[…] In mezzo a tutte quelle ricchezze ammucchiate nel palazzo e con ai suoi piedi tanta gente rovinata, essa sola era vittoriosa. Al pari di quei mostri antichi, il cui temuto dominio era coperto di ossa, essa camminava su teschi umani e intorno a lei non c’erano che catastrofi: la fiammata furiosa di Vandeuvres, la malinconia di Focaurmont sperduto nei mari della Cina, il disastro di Steiner ridotto a vivere come un pover’uomo qualunque, l’imbecillità soddisfatta di Lafaloise, il tragico crollo dei Muffat e il bianco cadavere di Giorgio vegliato da Filippo uscito il giorni prima di prigione. La sua opera di eroina e di morte era compiuta. La mosca volava via dall’immondizia dei sobborghi, la mosca portatrice dell’imputridito marciume sociale, aveva avvelenato quegli uomi con il solo posarsi su di essi. Era bene, era giusto; aveva vendicato la sua casse sociale, i pezzenti e i diseredati. E mentre il suo sesso, in un fulgore di gloria, sovrastava tutti e splendeva sulle sue vittime abbattute simile ad un sole che sorge ed illumina un umano carnaio, essa conservava al sua belluina e superba incoscienza, ignara del suo operato e sempre convinta di essere una buona figliuola. Si manteneva infatti, immutabilmente, ben grassa, esuberante, di ottima salute e perennemente allegra. E tutto quello che era accaduto non contava più, quel suo palazzo le sembrava, ora, una cosa stupida, troppo piccolo, troppo pieno di mobili che le davano fastidio. Una miseria; e dunque non c’era che da ricominciare. Pensava a qualche cosa di meglio, ora. E, fresca, piena di salute, con l’anima rinnovata e come una vergine innocente, salì in carrozza, in gran toletta, per recarsi a dare a Satin l’ultimo bacio. […]
 
Nanà, raggiunta la piena gloria, vista da tutti come una regina, a questo punto sparisce completamente per poi tornare, malata. Il figlio Luigino, anch’egli vittima della madre, era morto per una malattia genetica ereditata da chissà chi, e lei era rimasta qualche tempo in casa della zia Lerat, prendendo il vaiolo. Rosa Mignon, sua eterna rivale, le rimase accanto fino alla morte nel Grand Hotel, mentre in piazza vi erano grida infuocate “A Berlino! A Berlino!” in favore della guerra. Nanà, trasfigurata da mille bolle, non era più la stessa.
 
La donna in questo romanzo è incessantemente causa di disgrazie, la sua sete di potere, di lusso, di sfarzo, uccide le persone che le circonda ed ella, egoista, non se ne accorge nemmeno. Sia le donne come Nanà, prostituta, sia come Sabine, che ha sempre vissuto correttamente, si rivelano divoratrici di uomini, soldi e passioni.

Appuntato nel cielo da EstelTinuviel

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